 Che cosa, ad immaginarlo come masse di uomini che si spostano rincorrendo equilibri impossibili, che confondono il bene con il bene, disperdendosi la coscienza in sensi unici?
Probabilmente, l’istinto, ci porterebbe a cercare protezione e a porre distanze tra l’ideale di noi stessi e tutto il diverso, moltiplicando il senso del potere, ricercando il compromesso…
Rimane da chiedersi se sia ancora possibile immaginare un altro punto dell’universo, opposto al nostro, in cui il progresso possa essere usato per ascoltarsi, per raggiungersi, per salvare l’entusiasmo e forse anche per imparare a “giocare” senza fare o farsi del male.
Ma soprattutto che cosa accadrebbe se all’improvviso ci accorgessimo di aver confuso il progresso con la cultura dell’immagine, del corpo, dell’apparenza, occupandone solo certe frequenze e rischiando di finire scottati da certe estensioni?
Spettacolo finalista per Biennale Giovani artisti Atene 2003
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